Buona anno e buon natale!
Il Circolo
Un mese fa il governo annunciava, per bocca del ministro del Welfare Sacconi, la proroga al 2009 della detassazione delle ore di lavoro straordinario, una misura volta a incoraggiare orari di lavoro più lunghi (per chi un lavoro ce l’ ha e lo avrà anche nel 2009). I tecnici del ministero del Welfare legittimavano pubblicamente questa scelta perché per “sostenere la crescita e incrementare la produzione occorre lavorare di più”. Sabato, nella conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha, invece, proposto di ridurre l’ orario di lavoro, portando la settimana lavorativa a 4 giorni. E gli stessi tecnici che avevano fino a qualche settimana fa elogiato la detassazione degli straordinari si sono affrettati a rimarcare (sugli stessi giornali che avevano ospitato i loro interventi precedenti) che queste misure serviranno per “fronteggiare l’ emergenza economica e salvaguardare i livelli occupazionali”. Intuendo lo smarrimento degli italiani, poniamoci la domanda che molti di loro si saranno posti: aveva ragione il Governo (e i suoi tecnici) un mese fa a incoraggiare il lavoro straordinario o ha ragione il Governo (e i suoi tecnici) a sostenere ora esattamente il contrario, vale a dire, l’ orario di lavoro ridotto? A giudicare dalle esperienze internazionali, la risposta è nessuno dei due. La detassazione degli straordinari era una misura del tutto anacronistica in una fase recessiva, quando si tratta soprattutto di contenere la distruzione di posti di lavoro. I texani amano parlare senza mezzi termini. Il più titolato studioso di domanda di lavoro, Daniel Hamermesh, viene da lì e in un recente incontro all’ Isae ha definito la detassazione degli straordinari una misura “demenziale” nell’ attuale congiuntura. Il giudizio lapidario non voleva, crediamo, incoraggiare a fare esattamente l’ opposto anche perché non sempre l’ opposto di una cosa demenziale è una cosa giusta. Eppure il Senatore Francesco Casoli, che sembra abbia ispirato le affermazioni di Berlusconi a favore degli orari ridotti, ha riesumato lo slogan comunista degli anni 90: “lavorare meno, lavorare tutti”. Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d’ imperio l’ orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell’ organizzazione del lavoro e del personale. E’ auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell’ ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori. Gli strumenti normativi per permettere tutto ciò, dalla Cassa Integrazione Ordinaria ai contratti di solidarietà, esistono già nel nostro paese. Quello che manca, semmai, è la contrattazione decentrata, azienda per azienda. Ma questo è un altro discorso. Non riguarda il Governo, ma le parti sociali. Berlusconi nel lanciare la sua proposta sugli orari ridotti non ha citato il senatore Casoli, ma Angela Merkel. C’ è una cosa che accomuna il nostro governo e quello tedesco. Entrambi stanno facendo molto poco per contrastare la recessione. Invece di stimolare la domanda, il Governo tedesco ha introdotto un sistema di garanzie agli investimenti (soprattutto delle piccole imprese e nell’ industria dell’ auto). Le garanzie, tuttavia, funzionano solo in fasi espansive, quando c’ è una forte domanda di investimenti. Il nostro paese ha addirittura varato misure, almeno sulla carta, di contrazione fiscale. Toglieranno risorse a famiglie e imprese, anziché metterne di più in circolazione. Forse per questo sia in Germania che in Italia chi è al governo preferisce parlare di materie che non sono di sua competenza, come l’ orario di lavoro. “La crisi è nelle mani dei consumatori” ha detto nella stessa conferenza stampa, il nostro Presidente del Consiglio. In verità la durata e l’ intensità della crisi è innanzitutto nelle mani del governo. Dovrebbe dare ai cittadini messaggi meno contraddittori se vuole che aumenti la fiducia di famiglie e imprese. Dovrebbe parlare apertamente della crisi, invece di cercare di inventarsi altri terreni di confronto, come Nixon che di fronte all’ esplosione dello scandalo Watergate decise nel 1972 di andare in Cina per spostare altrove l’ attenzione generale. Non è esorcizzando i problemi e chiedendo ai giornali di parlare d’ altro (magari dedicando intere paginate alla band del ministro dell’ Interno) che si risolve la crisi. Per questo speriamo che nessuno voglia raccogliere l’ invito di Berlusconi a non pubblicare previsioni a tinte fosche, come quelle elaborate dal Centro Studi Confindustria, perché “le profezie negative si autoavverano”. Al contrario, è proprio ridurre l’ informazione e spargere finto ottimismo che allunga la crisi. Quando l’ informazione non è accurata, aumenta solo l’ incertezza, e l’ incertezza è la peggiore nemica di quegli investimenti che ci porteranno, prima o poi, fuori dalla recessione. – TITO BOERI
‘ >Intervento di Walter Veltroni alla Direzione Nazionale
Altri interventi possono essere visti presso il sito www.youdem.tv
SULL’ORARIO DI LAVORO NON SI SCHERZA(di Antonio Panzeri e Gianni Pittella) – Il voto, in seconda lettura del Parlamento Europeo, che ha respinto la possibilità di portare l’orario di lavoro nei paesi Ue fino a 65 ore è un fatto di particolare rilevanza. Il Parlamento ha bocciato, a grande maggioranza, il compromesso precedentemente raggiunto dal Consiglio dei Ministri UE che rendeva possibile una settimana lavorativa fino a 65 ore, come avveniva ai primi del ‘900!
Il voto di questa settimana evita un pericoloso abbassamento delle tutele in materia di sicurezza e salute per i lavoratori oltre che un’alterazione dei meccanismi di normale competizione nel mercato unico europeo. Ora si apre una fase nuova: la direttiva sul lavoro ritorna al Consiglio e si riaprirà un negoziato i cui sviluppi saranno visibili solo nei prossimi mesi. Il Consiglio comunque non potrà non tener conto della netta posizione espressa dalla maggioranza degli eurodeputati nonché delle forti preoccupazioni espresse dai lavoratori e dai cittadini europei.
Proprio a Strasburgo, alla vigilia del voto, si sono mobilitati i sindacati europei che considerano l’allungamento dell’orario di lavoro come primo passo verso un arretramento dell’Europa sociale. La manifestazione è stata anche una forte presa di posizione per rivendicare una rinnovata agenda sociale particolarmente necessaria in una fase come quella che stiamo attraversando, caratterizzata da una grave crisi economica e finanziaria. Ed infatti non è pensabile oggi immaginare una crescita economica in Europa senza porsi il tema della contemporanea inclusione sociale.
Va aggiunto che le preoccupazioni per un possibile allungamento dell’orario di lavoro hanno toccato anche i medici che, provenienti da vari paesi d’ Europa, hanno sfilato in camice bianco, davanti alla sede del Parlamento, chiedendo che il tempo di guardia fosse considerato tempo lavorativo tout court e che fosse loro garantito il diritto di usufruire dei riposi compensativi subito dopo il lavoro svolto. Il Parlamento Europeo, con il suo voto in plenaria, ha accolto le preoccupazioni dei lavoratori riaffermando come basilari e prioritari i principi di sicurezza e salute sul luogo di lavoro.
Era stata la Gran Betagna a chiedere per prima l’adozione dell clausola “Opt-out” che, a certe condizioni, permetteva di superare il limite di 48 ore e, ad oggi, erano 15 i paesi che in qualche modo la stavano usando. Il Consiglio con un compromesso raggiunto faticosamente nel settembre scorso aveva confermato questa possibilità ma Il Parlamento si è espresso bocciandola nettamente!
Ora può aprirsi una fase nuova che va considerata come grande opportunità per riaffermare al meglio il principio di un’ Europa sociale sempre più forte e sempre più vicina ai cittadini.
Il Parlamento Europeo ha approvato il pacchetto clima- energia dell’Unione Europea con 610 si, 60 no e 29 astensioni. Ora manca solo la ratifica del Consiglio Europeo, prevista prima della fine dell’anno. Il pacchetto ha come obiettivi la riduzione del 20% delle emissioni di gas clima alternati (vale a dire prevalentemente, per quantità, l’anidride carbonica), la produzione del 20% dell’energia da fonti rinnovabili e il miglioramento del 20% dell’efficienza energetica. Da qui il nome 20-20-20. Il pacchetto è stato in parte annacquato, rispetto alla versione originale, dall’incontro tra i ministri dei 27 paesi dell’UE: in particolare per colpa di Italia e Polonia le quali hanno chiesto numerose concessione per le loro industrie nazionali non credendo nell’obiettivo di uno sviluppo sostenibile come volano economico, minacciando veto in caso queste richieste venissero negate.
Tuttavia la strada imboccata è quella giusta. Se anche Obama, come sembra, terrà fede alle promesse in campagna elettorale, dove si prospettava un forte investimento su energie rinnovabili e abbattimento delle emissioni clima alteranti una “rivoluzione verde” potrebbe dopotutto non essere così lontana.
Ci spiace solo, ancora una volta, che l’Italia con questo governo di destra, sia miope nei confronti della necessità (e delle potenzialità!) di uno sviluppo economico sostenibile: vedi detrazioni del 55% nel decreto anti-crisi.
Articolo di Repubblica a riguardo
Dichiarazione Capogruppo PD Commissione Ambiente
Steven Chu sarà il nuovo ministro dell’Energia degli Stati Uniti d’America. Il neo presidente Obama lo ha annunciato ed il suo nome è ormai definitivo. Stephen Chu (Sant Louis, 1948) è un fisico, vincitore del Nobel nel 1997 dopo aver inventato con due colleghi un metodo per raffreddare gas e intrappolare atomi con un sistema di raggi laser. Da sempre esperto di energie rinnovabile è stato tra i più brillanti promotori di accordi tra università e settori industriali per lo sviluppo dei macchinari necessari alla produzione sostenibile dell’Energia.
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