17/12/2007 – Intervista a Mirosa Serviati

L’ECO DI BERGAMO  lunedì 17 dicembre 2007

“PD, il radicamento sul territorio parte dai circoli”

Servidati, prima leader donna dopo la Moioli «Noi più forti, ma col centrodestra siamo dialoganti» 

«Vorrei che avesse la saggezza, la forza e la longevità di un Barolo, la gioiosità e l’imprevedibilità di un Franciacorta extrabrut». Usa una me­tafora enologica per descrivere il par­tito che vorrebbe, perché Mirosa Ser­vidati, 48 anni, eletta coordinatrice provinciale del Pd il 24 novembre scorso, è un vulcano. Non solo è im­pegnata in politica da almeno vent’anni (prima come assessore alla Cultura e alle Politiche scolastiche di Romano, suo paese d’origine, poi nella Rete di Orlando e Dalla Chiesa e nei Democratici dell’Asi­nello, infine nella Margherita, di cui è stata segretaria cittadina per due mandati). «Vengo da una famiglia cattolica e numerosa, sono l’ultima di sei fratelli. Ed è qui che ho sem­pre respirato i valori di prossimità e servizio», sottolinea. La Servidati è anche insegnante di lettere all’istituto cittadino Quaren­ghi, ex giocatrice e arbitro federale di pallavolo, studiosa di filosofia (si è laureata in Statale a Milano con il professor Giorgio Rumi e una tesi sul movimento giovanile di Comunione e Liberazione) e, dulcis in fundo, di­plomata sommelier. «Il vino – dice – è il modo per conoscere le persone nelle loro espressioni più genuine, il lavoro e la tavola».

E ora è anche la prima donna segretario provinciale dopo Mariolina Moioli (a capo della Dc orobica dal 1989 a1 1992, ndr). Come ci si sente?

«Molto emozionata ed entusiasta, anche se è una grande responsabi­lità coordinare un parti-to nuovo. Solo nella col­legialità e nella condivi­sione potremo far decol­lare questo partito, che non è monocratico ma di tutti».

Essere donna è più un vantaggio o un ostacolo?

«Nel momento fondativo una figu­ra femminile che sottolinea l’acco­glienza e l’ascolto forse aiuta a creare quella sintesi così importante e necessaria in un partito plurale come il nostro. Poi è tipicamente fem­minile gettare il cuore oltre l’ostaco­lo».

A che punto è la sintesi? Le vecchie giacchette sono davvero sparite?

«Abbiamo cominciato bene, a partire dalla mia elezione sono preval­se le ragioni di unità e condivisione, non le logiche di appartenenza. Cer­tamente è un percorso lungo perché è un partito vero, fatto di persone con identità e valori diversi. Bisogna avere la disponibilità al confronto e alla discussione, nella consapevolez­za che vale la pena farlo perché la sfi­da è dare un futuro al nostro Paese. E solo la sintesi di tutte le culture riformiste può dare risposte ai pro­blemi inediti del Terzo Millennio».

Non peccate di una visione «Bergamocentrica»? Gli ammini­stratori della provincia vi hanno chiesto di essere più vicini…

«Non possiamo na­scondere la realtà: la pro­vincia è la roccaforte del centrodestra. Se voglia­mo che il voto viri verso il centrosinistra, dobbia­mo mettere in campo ri­sposte ai problemi della gente. I bergamaschi sono laboriosi e pragmati­ci, guardano ai fatti e ai risultati. E questo noi dobbiamo fare per vincere le Provinciali del 2009».

È un messaggio che lancia anche a chi in questa fase è rimasto scontento?

«Il percorso è partito in vacanza di regole, le commissioni stanno elabo­rando Statuto e Carta dei valori. Era inevitabile lasciare fuori qualcuno o arrivare a una soluzione che non accontentasse tutti. L’importante era partire, con la disponibilità a ricoin­volgere, a sentire le istanze di chi, magari in questo primo passaggio, può avere avuto dubbi, peraltro le­gittimi».

Walter Veltroni e Dario Franceschini hanno incontrato a Roma i coordinato­ri provinciali del Pd. Un incontro spot?

«Tutt’altro: è stata una giornata di lavori e di confronto vero, per met­tere a punto le prime disposizioni organizzative. Il primo grande obiet­tivo del Pd è la fondazione dei cir­coli».

La territorialità su cui ha insistito anche nella sua relazione d’investitura…

«E un tema che ho sottolineato anche a Roma. Il Pd è nel radicamento territoriale che gioca la sua sfida, solo così sarà un partito autenticamen­te popolare, aperto alle istanze della gente, che interloquisce con le diverse realtà presenti nelle nostre co­munità, altrimenti sarà un partito di plastica. Invece noi il partito lo fondiamo tra la gente, non con lo stam­po».

 

Nella prima riunione dell’esecutivo avete parlato anche dei circoli?

«Abbiamo creato due dipartimenti, organizzativo e degli enti locali, più un’area progetto-programma. Per le sedi dei circoli, abbiamo indicato come riferimento i paesi-seggi delle primarie, dando mandato al dipartimento organizzativo di predisporre una mappa».

Quale sarà il primo passo per coinvolgere il popolo delle Primarie (30 mila elettori in Bergamasca, ndr)?

«Per fine gennaio ogni paese con­vocherà gli elettori di zona per consegnare l’attestato di socio fondatore del Pd ed eleggere il coordinamen­to del circolo».

L’ex capogruppo della Margherita in Provincia, Vittorio Milesi, non è entrato nel Pd. Anche in Comune e nelle Cir­coscrizioni ci sono state delle defezioni. Per ora, avete perso o acquistato più pezzi?

«Il Pd ha sicuramente dato più for­za al centrosinistra nelle istituzioni. Un partito elettoralmente forte che rappresenta l’area riformista di tutto il centrosinistra non può che rafforzare l’amministrazione cittadi­na, sostenendo con forza il governo Bruni e la ricandidatura del sinda­co».

Strizzando anche l’occhio al centro-destra, sulla scia del dialogo Veltroni-Berlusconi?

«Il centrosinistra ha la caratteristica di essere dialogante, una forza po­litica non deve mai chiudersi al dialogo e al confronto, vedremo cosa succederà. Intanto il Pd ha costretto il centrodestra a ripensare la sua or­ganizzazione e la sua agenda poli­tica, a capire che di fronte al proces­so di semplificazione del quadro po­litico rischiava di rimanere indietro e superato. Il Pd ha visto giusto, ha capito prima degli altri il processo in corso».

Corsi e ricorsi che non rischiano di alimentare l’antipolitica?

«La mia cultura mi ha insegnato che non si fa politica per sé ma per gli altri. Mi piace la definizione di Paolo VI: la politica è la cifra alta della carità. Per quanto mi riguarda, posso assicurare che nel mio impe­gno politico ci metto anche tutto il mio bagaglio affettivo. Spero di fare un buon lavoro per i bergamaschi, con il mio coordinamento e tutti coloro che vorranno condividere que­sta straordinaria avventura».

Benedetta Ravizza

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